THINK POETIC: ALBERTO PAOLINI, NELLO SCRIVERE LUI VIVE

 

Alberto Paolini, 42 anni in manicomio, ha capito che la poesia poteva essere la sua via di espressione, e la sua salvezza. È stato il protagonista di uno degli incontri di Think Poetic, laboratorio condotto da Andrea Solfanelli e Isabella Cavicchia.

Abbandono. È questa la prima parola che Alberto Paolini, 42 anni in manicomio, ha tirato fuori dalla sua anima, e ha messo su carta, una volta capito che la poesia poteva essere la sua via di espressione, e la sua salvezza, per uscire da quel senso di solitudine che lo aveva pervaso da anni. Abbandono è la prima parola che è stata letta ieri all’incontro di Think Poetic, il laboratorio condotto da Andrea Solfanelli e Isabella Cavicchia di cui Alberto è stato l’ospite d’onore. Sono intervenuti S.E. Mons. Benoni Ambarus, per tutti padre Ben, Vescovo Ausiliare della Diocesi di Roma per l’ambito della carità e Simona Berterame, giornalista di Fanpage. Abbandono è stata anche la parola da cui è partita la poesia “collettiva” che, chi conosce gli incontri di Think Poetic (nati da un’idea speciale in collaborazione con AVO Roma, che tutt’ora segue gli incontri – vedi articolo pubblicato su Nuovo Noi Insieme 1/2023), viene composta alla fine.

Psichiatria deriva da psiche, come ci ha ricordato Andrea Solfanelli all’inizio dell’incontro. E la parola psiche non significa mente, ma anima. La psichiatria, allora, dovrebbe occuparsi dell’anima. Ed è nella sua anima che Paolini deve aver tirato fuori quelle risorse per rivolgersi alla poesia, che è un modo immediato per comunicare con l’altro. Alberto Paolini si è aggrappato all’arte, alla poesia, per riuscire a stare bene. Tra le mura del manicomio Santa Maria della Pietà non c’era modo di avere carta e penna. Così Alberto recuperava dei pezzettini di carta e li teneva in tasca. Da qui è nato il titolo del suo libro, Avevo solo le mie tasche (Sensibili alle foglie, 2016). Ma scrivere, per lui, è stato troppo importante. È stato tutto. «Io non scrivevo» ci ha raccontato. «A un certo punto in manicomio sono venuti degli insegnanti. Era stata istituita una scuola particolare per gli adulti che non avevano la licenza media. Quegli insegnanti ci insegnavano tante cose e ci dicevano che potevamo scrivere in libertà. Per me era una cosa bella. Erano tanti anni che mi trovavo lì, non potevo avere contatti con nessuno, solo con i miei compagni, che erano rinchiusi con me. Al limite con qualche infermiere. Con i medici era impossibile parlare ».

La storia di Alberto inizia molto prima. Aveva solo 15 anni. «Sono orfano sin fa piccolo, per cui ho passato gran parte della mia infanzia e la mia prima adolescenza nei collegi religiosi» ci ha confidato. «Avevo 12 anni quando in uno di questi istituti si è presentata una signora molto ricca. Voleva adottare un bambino. Mi ha preso e mi ha portato nella sua famiglia. Ma poi mi ha riportato in collegio: dicevano che ero troppo timido, troppo taciturno, che non giocavo. Era così perché in collegio erano molto severi e non si poteva parlare». Quella donna, in realtà, non era animata da un sincero sentimento per i bambini. Aveva fatto voto al Signore che se il figlio fosse tornato dalla guerra avrebbe adottato un orfanello.

Al Santa Maria della Pietà non c’era modo di avere carta e penna. Così Alberto teneva in tasca dei pezzetti di carta. Da qui il titolo del suo libro, Avevo solo le mie tasche (Sensibili alle foglie, 2016)

Alberto Paolini, che continua a non parlare, viene fatto visitare anche da uno psichiatra infantile. «Ha detto che era comprensibile, che dopo gli anni in collegio era difficile adattarmi alla vita di fuori». Ma, alla fine, viene portato in una clinica neuropsichiatrica. Quello che succede ha del grottesco, è sfortuna, equivoco, superficialità, incuria da parte di chi dovrebbe volere il bene dei ragazzi. «Il professore ha cominciato a fare domande strane» ricorda Alberto. «Che giorno fosse oggi. Quanto faceva uno più uno. Erano domande troppo semplici. Dopo un po’ mi hanno chiesto se mi era mai capitato di sentire delle voci, qualcuno che non vedevo e mi parlava. Io non conoscevo il linguaggio del manicomio. E ingenuamente detto di sì, che qualche volta mi era capitato». Alberto intendeva un vociare in lontananza, cioè delle voci reali che non si capiva dove provenissero. Invece i medici hanno capito che sentiva la voce nella sua testa. «Io ero già ricoverato nell’ospedale Santa Maria della Pietà. Dopo un mese di ricovero si veniva visitati da un medico che, attraverso qualche domanda, decideva se venivi ricoverato. Ho capito in seguito che, in realtà, tutti quanti venivano internati. A meno che, in questo mese di osservazione non si fosse presentato qualcuno che dicesse: mi prendo carico di questa persona».

Accadeva anche questo, che un ragazzo fosse portato in un manicomio perché fosse chiuso e taciturno. Mi è chiaro quanto il fatto che una voce esca da noi dipenda tanto dallo sguardo e dall’orecchio di chi ascolta. Quello che ha scritto e prodotto Alberto ci dice che le cose da dire le aveva. Serviva solo lo sguardo adatto per farle uscire. Il nostro destino dipende tanto da chi andiamo incontro. Ce lo conferma anche Luisa, una signora di sessant’anni che è stata paziente psichiatrica. «Quando entri in un manicomio, sei sostanzialmente solo» riflette. «Io avevo 14 anni. Ti trovavi davanti ai medici e, anche se c’era un parente, ti poteva far visita, ma all’epoca ti internavano e ti lasciavano lì, non ti facevano uscire. È questo il guaio». «Io condivido completamente il dolore di Alberto, so cosa vuol dire» continua. «Quei genitori adottivi non hanno avuto l’accortezza e la gentilezza nel dire: proviamo a farlo aprire, mandiamolo a scuola. La scuola c’era anche prima, era diversa, ma c’era. Non lo hanno mandato. Lo hanno internato. Per loro era più facile. Era una liberazione». «Alberto si è arrampicato lì, nello scrivere lui vive» conclude. «Nonostante sia tutto tagliato, però vive. E questo è bello».

Il manicomio è una sorta di reclusione anche per chi ci lavora. Isabella Cavicchia ricorda i suoi inizi da operatrice. «Vinsi il concorso e chiesi, con ingenuità totale, una raccomandazione per lavorare al Santa Maria della Pietà» rievoca. «Pensavo servisse, mentre non ci voleva andare nessuno. A loro non sembrò vero che una scriteriata, neanche ventenne, volesse andare a lavorare in manicomio». Il ritratto che fa di quei luoghi non è lontano dalle peggiori rappresentazioni che conosciamo. «Era tutto chiuso, con pesanti mazzi di chiavi che venivano consegnati a ogni cambio di turno» ci illustra. «I padiglioni erano maschili e femminili. C’erano ancora le reti. Alcuni erano più fortunati e potevano uscire nel quartiere. Ci passai dieci anni. Basaglia, nel Novanta, non esisteva ancora al Santa Maria: era tutto su carta. Era un regime carcerario. Il linguaggio era carcerario. C’era il parlatorio, proprio come nelle prigioni. La varietà delle patologie era estrema. E c’erano anche persone lì senza motivo. L’ottavo padiglione era quello dei bambini. Poi era diventato il padiglione degli artisti».

Il manicomio non era altro che un sintomo di quella che era la società. «Viviamo in una società che non ascolta» riflette Pierpaola Parrella, AVO Roma. «E chi non viene ascoltato si chiude in se stesso. Al manicomio c’era il sistema manicomiale, e lo subivano anche gli infermieri, che diventavano aguzzini perché dovevano sottostare a regole assurde. Per fare un esempio, infermieri donne e uomini non potevano incontrarsi fuori dai padiglioni». Ascoltare: non lo si faceva allora, non lo si fa abbastanza neanche adesso. «Dio ci ha creati con una sola bocca e ci ha dato due orecchie» interviene Don Ben. «Metà del tempo va speso a parlare e il doppio del tempo ad ascoltare. È come se avessimo perso il fascino e il mistero dell’incontro con l’altro. Ma ci vuole tanto silenzio perché accada la parola».

Alessandro Bazzoni ha lavorato al Santa Maria della Pietà, entrandoci nel 1978, proprio ai tempi di Basaglia. In quegli anni in quel manicomio accadeva di tutto: elettroshock, shock insulinico, persone legate, getti d’acqua potenti per bloccarle. Bazzoni ricorda una delle frasi più belle sentite da Basaglia. «Con quello che accadeva al Santa Maria veniva trattato solo il corpo», spiega. «Non si parlava mai di mente, di spirito, di anima. Basaglia disse: ma è il corpo che abita l’anima o è l’anima che abita il corpo? Da quei corpi riusciva ad emergere qualcosa. Partendo dalle potenzialità delle persone sono uscite cose incredibili».

E così le potenzialità di Alberto vengono fuori. Nasce la prima poesia, la prima parola che nasce dal silenzio. «Forse ce l’avevo già dentro la prima parola» ricorda Alberto, che si è aperto e ha voglia di parlare con noi. «Però non riuscivo ad esprimerla. A farla diventare parola. Poi sono venuti quei maestri. E allora c’erano tanti che volevano scrivere per conto loro. A un certo punto hanno raccolto tutti questi foglietti, queste poesie, racconti di vita. Ricordo che gli studenti venivano a contestare davanti ai cancelli del Santa Maria. Ma restavano fuori. Il direttore, quello più severo, è morto. Quello che è arrivato dopo ha dato permesso a quei ragazzi che manifestavano di entrare. E questi studenti ci venivano a trovare, all’interno dei padiglioni. E finalmente qualcuno parlava con noi».

Da quella prima parola scritta da Alberto Paolini, “Abbandono”, nasce la poesia collettiva.

Abbandono il mio abbandono
Per avvicinarmi ad ascoltare
Mi sono abbandonata alle sue emozioni
Abbandono la mia paura che colpisce anche te
L’abbandono non si sente quando si è insieme
Abbandoniamo i pregiudizi
Non più abbandono ma condivisione
L’oblio e l’empatia ci accompagnano nella vita
Dialogo e poesia è una storia infinita
Tenere sempre presente la nostra stranezza
E abbandonar scherzi e sberleffi
Lo specchio inganna
E il buio m’esalta
Perché ciò che si vede non è
Mi aggancio al nulla per essere
A te vita
Che chiamo madre
Ti prego
Vienimi a riprendere.

Fonte:
https://volontariatolazio.it/think-poetic-alberto-paolini-nello-scrivere-lui-vive/
https://www.retisolidali.it/think-poetic-alberto-paolini-nello-scrivere-lui-vive/