In questi giorni impazziti (M.T. Cerrato)

CONSIDERAZIONI SUL CORONAVIRUS A PARTIRE DALLA TEORIA DELLA RESILIENZA

Qualche volta si sta fermi per andare
più in alto e più lontano
Pierluigi Cappello

​Il concetto di resilienza è stato, in questi giorni, evocato spesso nel descrivere e prospettare i comportamenti delle persone e delle comunità. Ci chiediamo cosa avviene dentro di noi e nella società quando un evento traumatico reale e concreto ci colpisce. Ci chiediamo a quali modalità riparative e di recupero possiamo fare ricorso. Partiremo da queste domande perché la teoria della resilienza può essere uno strumento utile per leggere ciò che accade, individuare risorse, riflettere.

Innanzitutto, una precisazione. Definiamo resilienza la capacità di una persona di continuare a proiettarsi in avanti, nonostante un avvenimento destabilizzante, condizioni di vita difficoltose, traumi a volte severi. Un’organizzazione si definisce resiliente quando non si limita alla sopravvivenza ma, superando la prova degli eventi e del tempo, prospera. La capacità di attivare un processo di resilienza si rifà a molteplici fattori, ambientali e psicologici e affettivi, che svolgono un ruolo di protezione di fronte al trauma e permettono la ripartenza.

IL TRAUMA

La pandemia causata dal Covid-19 e i cambiamenti che ha imposto, e imporrà per un tempo ancora non definibile, alla vita di ognuno di noi è un evento traumatico. Mette a rischio la salute e la vita di noi stessi e dei nostri cari e il lavoro, lasciando intravvedere scenari di precarietà e povertà. Il male è apparso in una forma arcaica e primitiva, la malattia, una malattia contagiosa, un virus che stiamo iniziando a conoscere e che non conosce confini. Il sogno di una società controllabile attraverso la scienza e la tecnica è crollato ed è come se avessimo scoperto di poter morire, abbiamo scoperto la paura dell’ignoto, improvvisamente. L’eventualità che qualcosa di simile potesse accadere era confinata negli strati più profondi dell’inconscio collettivo, sopravviveva nelle narrazioni della fantascienza e sembrava incompatibile con le nostre società così organizzate e con il progresso.

In uno scenario di questo genere, le modalità di rappresentazione dell’evento sono fondamentali. Il significato attribuito al trauma è uno degli elementi che possono decidere la gravità dell’incidenza sulla psiche o sulla comunità. Per questo motivo, la comunicazione, a tutti i livelli, delle istituzioni e dei media, è di fondamentale importanza. Ad esempio, se vengono trasmesse prevalentemente informazioni legate al pericolo e alla minaccia – una minaccia non visibile, oltretutto – si provocherà un clima di paura, impotenza e di confusione, fino ad arrivare all’estremo della rabbia e dell’aggressività. Sicuramente non saranno in grado di generare quei sentimenti di protezione e rassicurazione che sarebbero necessari all’avvio di tutti i processi di guarigione o, per dirla in altro modo, di resilienza. È inoltre importante ricordare che le interpretazioni di questi eventi, nei singoli e nelle società, continuano a evolvere molto tempo dopo che il trauma è terminato. A queste caratteristiche aggiungiamo il fenomeno del kindling, cioè della riattivazione del circuito traumatico, di fronte al minimo stimolo, rendendo il trauma reale, senza passato, presente e futuro, fissato in un tempo senza tempo da cui può venire continuamente richiamato, reso eternamente presente.

La crisi che stiamo vivendo aggrava le ineguaglianze sociali in ragione delle ripercussioni che ha a livello biologico, psicologico e sociale. La pandemia minaccia le nostre vite ma gli anziani sono a rischio più dei giovani. C’è poi da considerare la differenza che intercorre tra chi possiede fattori di protezione e chi non ha potuto acquisirli nel corso dello sviluppo. Chi è cresciuto in una famiglia stabile e rassicurante e ha una buona rete amicale, telefona, si collega in video, legge, scrive, si rimette a suonare la chitarra, scopre nuove consuetudini, si districa in questa situazione grazie a fattori di protezione acquisiti. Dopo la crisi, potrà dunque facilmente far partire un processo di resilienza. All’opposto, chi ha fattori di vulnerabilità, isolamento, carenze affettive, cattiva socializzazione, precarietà sociale, rischia di uscire con ancora maggiori difficoltà e avrà bisogno di aiuto. Anche la differenza tra vivere questo periodo di isolamento in un grande appartamento, in una casa con terrazzo o giardino oppure in pochi metri quadrati, in condizioni di sovraffollamento o di alloggiamenti malsani o precari, espone a capacità di reazione differenti.

Il primo presidio di fronte al Coronavirus è l’isolamento, una protezione necessaria alla sopravvivenza che, tuttavia, dà luogo anche a una tremenda aggressione psichica. È paradossale pensare che la vita si protegga dalla vita, che per conservarsi la vita sia disposta a rinunciare al suo spazio vitale. La necessità di difendersi, controllare, allontanare esprime la tendenza all’autoconservazione a costo dello indebolimento della vita stessa. Oggi dobbiamo rispettare il distanziamento fisico/sociale ma l’aggressione dell’isolamento può provocare disturbi gravi, soprattutto nelle persone più fragili. Il confinamento è una amputazione della realtà, che rimette in discussione molti meccanismi delle nostre società. Quali psicopatologie sociali e quali esiti psicologici emergeranno a distanza nelle diverse fasce d’età, in chi soffre di disturbi psichiatrici, tra i disabili? Un altro punto su cui si concentrano i timori è quello relativo alle famiglie in cui sono presenti conflitti e violenze domestiche. Di fronte al dolore non siamo tutti uguali.

STRUMENTI DI RESILIENZA

In questa indubbia complessità abbiamo tuttavia la possibilità di fare ricorso a diversi strumenti, possiamo cercare nuove letture e differenti strategie per uscire dalla dimensione del trauma ed entrare nella resilienza. La teoria della resilienza pone l’accento sulla valorizzazione delle risorse ed è un percorso sufficientemente agevole per chi possiede fattori di protezione individuali. L’indicazione per chi si trova a dover affrontare situazioni problematiche, individuali e collettive, è quella di tenere conto non solo di ciò che manca ma anche della parte sana e delle competenze. In ogni momento della vita umana è possibile trovare sostegni, creare legami per costruire modalità di accompagnamento nelle situazioni a rischio.

Uno degli strumenti utili ad avviare un percorso resiliente è la narrazione, verbale o scritta, poiché agisce sulla identità personale – io sono quello che – e sulla rielaborazione emotiva di ciò che è accaduto. Il trauma diventa più sopportabile quando viene collocato nel tempo, si chiarisce e in qualche modo diventa più controllabile. La condivisione della sofferenza permette di prendere le distanze dalla propria difficoltà, di situarla in un contesto e, incontrando un ascoltatore attento, crea un legame. Raccontare una storia, mettere in parole ricordi, con una concatenazione di significati, è già di per sé un fattore di cura. Attraverso la narrazione il trauma, da una dimensione privata, acquisisce anche un aspetto politico e sociale, la parola restituisce realtà e favorisce processi di resilienza individuale e sociale. La memoria collettiva infatti costituisce uno degli elementi più importanti per la sopravvivenza degli uomini e della collettività, comprese le piccole comunità, come le associazioni, i cui membri sono accumunati dalla condivisione di intenti e interessi. I fattori identitari e la società di intenti e di valori esprimono il fondamento essenziale per creare una espressione collettiva di resilienza. In assenza di questi elementi il trauma rischia di diventare e rimanere un contenuto da negare, reprimere, separare. Questo ci porta alla considerazione di quanto sia indispensabile individuare la vulnerabilità dei singoli e della popolazione potenzialmente a rischio di marginalità ed esclusione sociale e offrire, accanto alle tutele, luoghi in cui ci si possa esprimere e venire riconosciuti nel dolore e nelle difficoltà.

Il processo di resilienza passa anche attraverso la rinascita culturale. Se consideriamo la nostra storia, dopo ogni epidemia o catastrofe naturale abbiamo sempre assistito a una trasformazione culturale. Di fronte alla pandemia che ha sconvolto la nostra società, la cultura e gli stili di vita che fino ad ora hanno regolato le nostre esistenze sembrano sgretolarsi e ciò che contribuiva a consolidare il sentimento del senso comune spezzarsi. Dopo un trauma collettivo si è obbligati a scoprire nuovi modi di vivere insieme e sarà importante saper mettere in cantiere progetti che diventino elementi dinamizzanti, a livello individuale e collettivo. In questi giorni assistiamo al dibattito tra coloro che si richiamano alla continuità e coloro che si interrogano sulla necessità di modificare le regole. La resilienza si manifesta attraverso la ripartenza e in questa discussione, che speriamo appassionata, la funzione degli intellettuali sarà quella di evidenziare i problemi della nuova società con il contributo della scienza e della filosofia, del giornalismo, della letteratura, del cinema. Ci saranno storie incredibili e meravigliose da raccontare, un mondo di parole, suoni, immagini, simboli. Di questa iconografia fanno già parte il papa che prega in una piazza S. Pietro deserta accompagnato dal suono della pioggia battente, i camion dell’esercito che a Bergamo trasportano le bare dei defunti, i volti dei sanitari che mostrano i segni delle mascherine e della fatica ma anche i canti dai balconi.  E ognuno di noi ne avrà di personali, suoni e immagini che ci hanno accompagnato, che ci ricorderanno e avranno il potere di riportarci, in un attimo, alle emozioni di questi giorni. Avremo anche noi le nostre storie da raccontare e da cui ripartire.

Abbiamo necessità dei contributi di tutti per elaborare quanto sta accadendo. Non ci serve cercare un nemico contro il quale combattere, non siamo in guerra. La rappresentazione della pandemia come di un conflitto ci rimanda a un nemico identificabile, con un volto. Ma il virus non ha queste caratteristiche. A questo proposito, le istituzioni, in contrapposizione al populismo che ricerca sempre un colpevole, hanno un ruolo fondamentale nel non lasciare nell’abbandono i soggetti più vulnerabili e fragili. Occorre un risveglio della politica, della scienza che armonizza i bisogni dell’individuo e della collettività, con una visione del mondo che non si limiti a statistiche e strategie. A questo proposito, una questione che ha scosso la coscienza è stata quella delle case di cura dove vivevano le persone più vulnerabili, quelle già a maggior rischio di esclusione, segregazione, discriminazione, ancora prima che l’emergenza scoppiasse. In tutta Europa la pandemia ha causato metà delle morti al loro interno, trasformandole in case di morenti. Quella a cui abbiamo assistito è stata definita dal sociologo canadese Bôck-Coté una trasgressione antropologica, una barbarie umanitaria che dobbiamo sperare risvegli la coscienza della società. L’emergenza sta facendo risaltare tutte le carenze, i ritardi, gli errori di un sistema che doveva proteggere e dovrebbe essere l’occasione per ripensare alle grandi strutture residenziali per anziani, modello di una presa in carico totale e onnipotente. La necessità di diversificare la tipologia delle offerte dell’assistenza obbliga a una analisi della richiesta di aiuto in grado di immaginare forme di sostegno più duttili e flessibili, anche attraverso il riconoscimento dei curanti informali, delle famiglie, del volontariato, adattando i servizi alle persone e non, come spesso è stato fino ad oggi, le persone ai servizi. Più in generale, la lezione che tutti quanti, nei settori che ci competono, possiamo trarre anche da ciò che non ha funzionato nelle risposte alla pandemia, è il recupero dell’attenzione, del riconoscimento e del sostegno delle diversità. Per chi ha responsabilità di progettazione e gestione questo significa non marginalizzare le situazioni più scabrose o complicate, immaginando e tentando modelli di intervento che non si esauriscano nell’ottimizzazione delle risorse ma cerchino un posto e un significato per chi, fragile o ammalato, è portatore di una unicità che non è scomponibile.

Ci rimetteremo a sognare e a progettare un futuro invece di rimanere paralizzati? Sarà senz’altro impossibile continuare a vivere come se nulla fosse successo e ci troveremo di fronte a una crisi esistenziale. Saranno necessarie idee condivise, capacità di fare sistema, lavorare uniti, solidarietà e fratellanza, nella convinzione che qualcosa ha senso, che c’è un senso da recuperare. Immaginiamo un naufrago che salta dentro la barca. Il salto gli permette di passare dalla condizione di naufrago alla nuova condizione di navigante, il salto crea uno spazio e consente il passaggio dall’incontro con la morte all’attaccamento alla vita. La resilienza è la capacità di saltare dentro la barca.

Maria Teresa Cerrato
(Psicologa, Psicoterapeuta, individuale e di gruppo, Formatrice. Ha collaborato con AVO in progetti di ricerca e per la supervisione)